Biografia

Umberto Cavenago ritratto da Alezzandro Zambianchi nel 2006 all'interno della sua opera La 74
Photo © Alessandro Zambianchi, Milano

Umberto Cavenago nasce a Milano nella seconda metà del ‘900.
La sua ricerca fonde la passione per la cultura artistica e la cultura del progetto; i suoi interventi, sempre relazionati con lo spazio sia architettonico che naturale, stabiliscono un dialogo formale e destabilizzante in un rapporto anticelebrativo e mai definitivo. 
Lavora con i più diversi materiali con l’utilizzo delle attuali tecnologie digitali.

I modi costruttivi adottati da Umberto Cavenago non provengono dalla prassi artistica, bensì dal mondo industriale: studio di fattibilità, progetto, scelta dei materiali, preventivo, messa in opera. Un sistema di approccio che sembra accomunare Cavenago all’industrial designer, ma che racchiude un tranello: egli non progetta un prototipo per la realizzazione in serie, né lo introduce nel ciclo produttivo.
Egli si serve dell’approccio descritto per realizzare un’eresia: il pezzo unico, quell’opera d’arte “originale” che nega - in virtù della sua non replicabilità - proprio ogni possibile legame con la cultura del progetto.
Umberto Cavenago trasforma la ruota da protesi motoria a strumento per la modificazione e percezione dell’arte tridimensionale, creando uno spazio consolidato, ma “trasportabile”, una caratteristica che mette in crisi il caposaldo della prassi artistica che vuole l’osservatore in contemplazione di un’opera concepita in maniera immobile.

Molte opere appaiono come vere e proprie semplificazioni in chiave minimal degli oggetti "originali" ma completamente privati di ogni meccanica e quindi ridotte di funzione al loro limite semantico: una sorta di riverbero metafisico degli oggetti di produzione seriale.
Oltre al rapporto tra il suo spazio interno e l’osservatore esiste una relazione tra l'oggetto e l'ambiente dove è collocato. Lo spazio architettonico è oggetto di un'attenta e sistematica indagine. Molte sono le opere pensate come elementi di misurazione dello spazio e nello stesso tempo elementi di destabilizzazione dello stesso.

Esposizioni



Tra le numerose esposizioni si segnalano:
la XLIV Biennale di Venezia nel 1990
dove espone tre grandi cornici semoventi su ruote, che appoggiate alle pareti incorniciano alcune porzioni dello stesso spazio espositivo;
nello stesso anno partecipa a L’altra scultura al Mathildenhöe di Darmstadt, al Palacio de La Virreina a Barcelona e al Centro de Arte Reina Sofia a Madrid.
Nel 1991 è presente con una sala personale a Metropolis al Martin-Gropius Bau di Berlino; a pochi anni dal crollo del muro di Berlino un periplo di colonne alte sei metri munite di ruote e orientate est-ovest, sottolineano il cambiamento epocale delle due "Germanie" che si stanno riunificando.
Nel 1992 espone alla mostra Recent Italian Art, al Center of the Arts a Pittsburgh.
Nel 1993 realizza per la mostra In forma al Museo Pecci a Prato, l’opera mobile, L'arte stanca, che attraversa le sale tagliando diagonalmente gli spazi del museo collegandone gli estremi.
Partecipa alla Biennale di Johannesburg nel 1995 con Opera sinistra e opera destra.
Nel 1996 ad Ultime Generazioni in occasione della XII Quadriennale d'Arte a Roma, presenta la sua prima opera digitale interattiva, La smaterializzazione dell'Arte.
Sempre nel 1996, immediatamente dopo la mostra Visioni alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, rappresenta l'Italia alla 23a Biennale Internazionale di San Paolo, partecipando con una sala personale popolata da computer che riproducono immagini interattive di scenari urbani italiani caratterizzati da opulenti monumenti: l'interazione con il pubblico prevede la possibilità di "eliminare" virtualmente i monumenti, ripulendo le piazze dalla retorica celebrativa. 
Nel 1997 l’opera Nastro trasportatore, una scultura elettromeccanica in tre moduli, attraversa i muri del Le Magasin, Centre National d'Art Contemporain di Grenoble per la mostra “Des histoires en formes”.
Nello stesso anno espone alla Fondazione Melina Mercouri Pneumatiko Kentro ad Atene, in occasione della mostra Exlelixis.
Nel 2000 realizza un progetto site specific Gallery Crossing per IASKA a Kellerberrin, nel West Australia.
Nel 2005 e nel 2011 espone espone alle mostre “Scultura italiana del XX secolo” e “Scultura italiana del XXI secolo” presso la Fondazione Arnaldo Pomodoro a Milano.
Nel 2006 per “Sculture in villa”, a Villa d'Este, Tivoli progetta La 74, un omaggio al romanzo di Filippo Tommaso Marinetti "L'alcòva d'acciaio".
Nel 2007 la stessa opera viene "posteggiata" a Padova in piazza Insurrezione,
nel 2009 al Castello Visconteo di Jerago (Varese),
nel 2013 alla Reggia di Venaria Reale,
nel 2015 all'Ex Albergo di virtù (NH Collection in piazza Carlina) a Torino,
nel 2020 sul sagrato della chiesa di Sant'Agostino a Pietrasanta.
Partecipa nel 2011 all’esposizione Il Futuro nelle mani, artieri domani, alle Officine Grandi Riparazioni di Torino per Esperienza Italia150°.
Nel 2012 espone a Cantiere del ‘900. Opere dalle collezioni Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia a Milano un'opera in collezione permanente.
Nel 2018 posa nel lago di Lugano la scultura galleggiante Protecziun da la Patria, interpretazione di una mina navale, declinazione inoffensiva di un ordigno in uso durante gli ultimi conflitti mondiali.
Nel 2020 è la volta di Centrifugo installato a Peccioli (Pisa). Quasi un parallelepipedo, vuoto al suo interno, disassato nella sua forma e scomposto longitudinalmente per potersi piegare di 30° all’interno di un tornante. Un volume decostruito su quattro grandi ruote, due delle quali, quelle all’interno della curva, solidali al suolo e le altre due, quelle esterne, quasi sollevate da terra per via dell’inclinazione.
Numerose sono le partecipazioni in gallerie private con mostre personali e collettive.

Umberto Cavenago è stato docente a contratto presso le Accademie di Belle Arti di Bergamo e di Urbino, sperimentando progetti tra le docenze di Pittura, Anatomia, Progettazione multimediale, Sistemi interattivi e Scultura.
Dal 2015 gestisce uno spazio espositivo indipendente all’interno di una sua installazione permanente L’alcòva d’acciaio di Umberto Cavenago, nascosta in un bosco delle Langhe.